ti emo











Blood Orange – Cupid Deluxe (Domino)

Potrebbe anche essere che i lustrini dell’errebì non siano la vostra cup of tea, ma non dareste cinquanta minuti del vostro tempo a Cupid Deluxe sapendo che il tizio in questione è l’araldo della new black music e potrebbe ambire al trono del fu Prince? Blood Orange ci ha donato uno dei dischi dell’anno 2013, compreso tra soul, funk sintetico ed old-school ed il secondo album di Dev Hynes (Coastal Grooves è del 2011) non ha certo bisogno di ulteriore retorica per convincervi di quanto sarà importante nelle sorti di questo genere.

Certo che stupisce che dopo aver militato agli inizi della sua carriera nella formazione dance-punk dei Test Icicles, l’uomo nero che si celava dietro Lightspeed Champion era sempre Dev. Chi ha memoria ‘indie’ ricorderà che l’inglese trasferitosi in America pubblicò un paio di albums per Domino Records circondato anche da bella gente del giro Bright Eyes.

All’epoca Lightspeed Champion non me lo filai di striscio poiché non mi colpì affatto; il cantautorato indie-folk del tempo aveva ben altri numeri da esibire ed io non ho mai avuto nessun ripensamento né senso di colpa per questo. Questo fa sì che (ri)scoprire oggi questo artista su un terreno musicale più distante sia ancora più interessante. E non vi sembri moralismo ma a volte (e sottolineo ‘a volte’) ambizione, volontà e duro lavoro premiano e Blood Orange lo merita.

Guardi il video di Time Will Tell e ti sembra di assistere ad una scena tratta dalle prime stagioni di Saranno Famosi. Dev non è questo gran ballerino ma la sua mancanza di vergogna nel lasciare il pianoforte per andare allo specchio e ‘muoversi’ come se fosse da solo, noncurante delle centinaia di migliaia di visualizzazioni su youtube, non può non conquistarvi. Scavalcando quella linea impercettibile tra goffaggine ed ingenuità egli ci lascia intravedere candido l’ombra lunga di un Michael Jackson in stadio larvale.

D’accordo che il music-biz a volte ci irretisce con disegni poco chiari e segnali contraddittori ma c’è anche il video di Chamakay in cui Dev va a Georgetown in Guyana per incontrare per la prima volta il nonno materno di 92 anni ed una tale spontaneità – immaginate il contesto di povertà – fa di lui un personaggio indubbiamente intrigante. E non stiamo ancora parlando di musica; Cupid Deluxe è un disco molto morbido e seducente come annunciato dai primi rintocchi esotici di Chamakay o dalle note jazzate e celestiali di Chosen.

C’è anche l’hip-hop di Clipped On e di High Street che pur senza essere sperimentale si distacca dalle usuale iconografia che lo rappresenta, ma sono le sicure hit come la già citata Time Will Tell, la contagiosa You’re Not Good Enough, il funk di Uncle Ace, molto eighties con i suoi inserti di sax e dal finale shuffle ad indurre al play compulsivo.
E cosa resta di quel passato indie rock? La collaborazione di David Longstreth dei Dirty Projectors forse? la copertina ambigua come quella di una band noise nwyorkese o la cover di I Can Only Disappont U dei Mansun qui ribattezzata Always Let U Down?

Non lo so, ma soprattutto chi se ne frega: Blood Orange è l’icona pop per il 2013 o almeno io la mia l’ho sicuramente trovata.

Recensito per Freak Out Magazine a questo link: http://goo.gl/3Vyieh

http://giuliozine.wordpress.com/2014/01/13/blood-orange-ce-vita-dopo-neverland/

http://giuliozine.wordpress.com

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la copertina del nuovo lavoro di Fausto Bisantis

By Nana Arima

Musicista e compositore calabrese, all’età di 11 anni incomincia a studiare pianoforte ed a 15 la chitarra; da qui parte il suo percorso artistico influenzato da scelte musicali che vanno da Beethoven ai Beatles, passando per Frank Zappa.

Fausto diventa poi co-fondatore di molte band: Apple Pie, una formazione pop-grunge di cui è chitarrista e con cui produce anche un disco dal titolo “L’Alieno” e poi gli Ants (band psicheledica) fino alla formazione dei Samà, il suo primo esperimento di rock psichedelico sperimentale con cui inciderà un demo ed un disco.

Nel 2004, dopo una fase di ricerca e sperimentazione, collabora con il laboratorio di Armonia ed improvvisazione di G. Guaccero, dove realizza performances di musica contemporanea ispirate ai grandi della scena d’avanguardia (Cage, Stockhausen, Guaccero, Lygeti…), nonché esperimenti di musica per immagini e sonorizzazioni di film muti. Nello stesso anno realizza le musiche per due spettacoli teatrali con la compagnia del teatro Ateneo di Roma in cui copre le vesti anche di regista. Collabora contemporaneamente anche a testate giornalistiche come critico musicale e cinematografico. Dopo il teatro ed una seconda fase psichedelica con gli Hara–Zen e i Mehr Licht, Fausto inizia la sua fase solista producendo due dischi: “Mehr Licht” (2009), “From the Aisle Graig…” (2010), “Sketches Of Tunes (2011), “Several Orchestral Fairlights (2011).

Il musicista calabrese durante una performance dal vivo

Attualmente tiene corsi di storia della musica contemporanea e degli strumenti elettronici presso vari istituti privati, è membro del direttivo artistico del Caffè delle arti di Catanzaro e dell’associazione culturale LanteArte, scrive per varie testate giornalistiche e riviste specializzate (Onda Calabra, Ars Musicae), è autore e conduttore radiofonico e televisivo di programmi di musica ed informazione (Radio Aperitivo e RockFactory), ed infine con la band “Faust & Malchut Orchestra” porta sui palchi il suo repertorio rock progressive contenuto nell’album “20.000 Windows”…

Sei tracce completamente diverse tra loro, come se fossero finestre verso mondi diametralmente opposti eppure parti di un’unica entità; sonorità progressive si sposano al funky, al blues ed al rock classico riportandoci in un’epoca apparentemente passata come quella degli anni ’70, ma in verità incredibilmente attuale. Si ritrovano infatti influenze del tempo, ma ciò non fa che arricchire le sensazioni che esse suscitano portandoci in un viaggio dentro la contaminazione che farà innamorare gli amanti del genere e non solo poichè, vista l’originalità e la convinzione che il progetto genera, trovo che possa essere una buona esperienza sonora anche per chi come me è lontana da questo mondo.

http://www.lantearte.it/

https://www.facebook.com/fausto.bisantis

https://soundcloud.com/fausto-bisantis

 



Il cantautore calabrese Fabio Magi, all'esordio con l'ep

A cura di Oliver Ax

Ci sono persone nel mondo che assorbono le emozioni come spugne intrise d’acqua, ma proprio come quest’ultime, prima o poi, tali persone hanno bisogno di essere spremute. Così Fabio Magi ha spremuto il suo cuore raccogliendo il succo delle esperienze vissute in un’ampolla che ha poi usato come inchiostro per scrivere il suo diario segreto: “Appunti d’amore.

Questo ep, frutto di varie collaborazioni tra Italia e United States e prodotto dalla Raighes Records di Roberto Diana (chitarrista, turnista e polistrumentista di caratutra internazionale), appare leggero e scanzonato anche nei momenti più tristi, grazie ad un atteggiamento falsamente distaccato da parte del cantautore calabrese. Quando Magi è contento si sente, la musica vola e le parole fluiscono senza ostacoli dai timpani all’anima. Quando invece le cose non vanno bene, le parole scritte prendono una posizione decisa, mostrandosi forti e razionali, quasi distaccate appunto, ma nell’armonia e nella vibrazione della voce è tutto decisamente diverso: Fabio sta soffrendo come un cane. Vorrebbe che le protagoniste dei suoi racconti capissero quello che lui nasconde nelle parole, lo fa volontariamente di mimetizzare quello che prova davvero nel profondo, solo per vedere se loro saranno poi in grado di comprendere ciò che gli hanno fatto. Ma alla fine non accade nulla e l’unica cosa che si può e si deve fare è passare ad un’altra canzone. La vita continua e merita di essere vissuta perché dietro ad ogni angolo ci può essere “Una nuova canzone d’amore” ad attenderci.

La copertina dell'ep "Appunti d'amore"

Musicalmente vivo e pulsante di sentimenti, questo album accarezza l’ascoltatore con la semplicità di un cuore sincero e per questo risulta apprezzabile. La struttura delle canzoni e la concordanza di suoni si muovono talvolta sinuose, riportando alla mente uno stile che ricorda quacosa di Vasco Rossi. La voce roca e piena di armoniche di Magi rivaleggia con quella di altri cantautori italiani quali il vecchio Luciano (Ligabue) e, appunto, l’intramontabile Vasco. Ma ciò non toglie nulla all’originalità del personaggio. Fabio Magi non è solo un artista, un catalizzatore di sentimenti, ma è principalmente un uomo, un uomo sensibile che accumula in sè tutto ciò che di poetico lo sfiora per poi gettarlo con foga e passione su pagine e pagine scritte col cuore, pagine che ora non sono più nascoste in una valigia o in un cassetto, ma che escono e corrono nell’etere, cantando quella felicità che non esisterebbe senza il dolore che talvolta sembra sopraffarci.

http://www.fabiomagi.com/

https://soundcloud.com/fabio-magi

https://www.facebook.com/pages/Fabio-Magi/450872171660277?ref=ts&fref=ts



I Lachaise, gothic rock/metal da Venezia

A cura di Andrea Galuzzi

Hola Rockers!! Riapro la mia personale stagione di recensioni con un dito rotto (scontro rugbistico) e una band che fin dal primo ascolto mi ha catturato come pochi gruppi ultimamente, e non solo a livello underground. (essendo poi io un amante del Gotico ci sono “propriamente” andato a nozze…)

Sto parlando dei Lachaise e voglio puntualizzare che per me è un onore fare una recensione su una band di questa caratura. I ragazzi non sono andati a sfondare porte nuove per la musica “made in Italy”, come mi era capitato di dire in altre recensioni, ma l’hanno fatto in un modo eccelso e con una credibilità e coerenza musicali di levatura internazionale. Il Fenomeno (non a caso con la F maiuscola) Lachaise credo abbia le potenzialità (a meno che non l’abbia già fatto a mia insaputa…) di sbaragliare la concorrenza e di acquisire il monopolio del genere in Italia e di dire la propria anche all’estero. Ma adesso mi costringerò a mettere da parte il mio entusiasmo fanciullesco per cercare di fornirvi una fredda e quanto più possibile puntuale idea del Sound dei Lachaise. (non ci riuscirò mai…)

Il Gothic Metal di questa band ha tutto ciò che serve, a partire da quelle che cito sempre e che amo chiamare “atmosfere”: manco a dirlo le atmosfere trasmesse da questi ragazzi sono gotiche quindi, per chi non dovesse essere un conoscitore del genere, ricche di quella meravigliosa e lugubre inquietudine che compone la vera anima di questo sound. I Lachaise sono riusciti ad esprimerle al meglio: con la consueta parte orchestrale che rende meravigliosamente ampia e aulica la percezione della canzone e dando al sound quel carattere drammatico e teatrale che li caratterizza decisamente; una base ritmica scandita e decisa che ne definisce il tumultuoso e grintoso incedere. La batteria ha un’efficacia davvero notevole all’interno del gruppo, lenta, controllata e maestosa, come i ritocchi delle campane a morto, sempre al posto giusto nel momento giusto. Fino a questo momento abbiamo elencato i motivi per cui questi Lachaise sono già una fottuta Gothic Band di altissimo livello, adesso mi concentrerò su due punti che danno la definitiva impronta allo stile di questo gruppo veneto.

I Lachaise, band gothic/rock, recensiti su Ti Emo.

Partiamo dalla chitarra, che nelle fasi ritmiche esegue il suo compito da cattivona alla perfezione: distorsione tosta e scansione ritmica funerea. Impeccabile. Ma ci sono momenti in cui mostra un lato diverso di sè, un lato molto progressive, e in attimi di follia (assolutissimamente positiva) si lancia in assoli alla Petrucciani (Dream Theater) che mi hanno fatto venire la pelle d’oca dal gusto con cui sono stati composti( e da chitarrista, non posso che trasmettere tutta la mia ammirazione ). In secondo luogo, vada a quel paese il mio proposito di essere freddo e obiettivo, hanno una cantante che è un qualcosa di davvero meraviglioso. Questa signorina infatti ha una voce che potrebbe tranquillamente alzarsi e andare a dare il cinque alle “dee” Amy Lee e Tarja Turunen, perché lo spessore è quello e non ho paura di essere fulminato dall’alto con questa affermazione. Infatti il suo “strumento” è calato pienamente nel genere, con quell’impostazione lirica che arricchisce il tutto e con momenti di vanità virtuosa che rendono il risultato finale Arte.

In definitiva mi inchino a questi signori e non posso far altro che consigliare loro di continuare a spaccare i culi come stanno già facendo e “ai miei 25 lettori” (cit) di correre ad ascoltare i Lachaise e comprare i loro album, come sto per fare io, perché un gruppo così va assolutamente supportato. Chiudo la mia prima recensione stagionale con un abbraccio a questi ragazzi che portano avanti la buona musica e a chiunque condivida con loro questo intento. Dal vostro Andrea Galuzzi, Passo e Chiudo.

                                                                                        Keep On Rocking

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A cura di Flavia Frangipani

Esiste una tecnica per tenere a bada le api, per confonderle, per controllarle. In italiano si dice ‘affumicare’. Il fumo negli occhia annebbia la vista, altera i comportamenti, li gestisce.  

Smoke the bees e’ il nome di una band torinese che ha prodotto un LP omonimo, che non e’ altro che una sintesi dei loro lavori precedenti, e che anticipa il prossimo che uscira’ a breve. Scegliere il nome di una band e’ un passaggio fondamentale nella costruzione di un progetto. Un nome non deve essere solo un nome, ma deve raccontare qualcosa. Deve dare un’indicazione, un indizio. E dietro alla scelta in questo caso c’e’ un concetto che forse la maggior parte delle volte ci sfugge, ma che tutti noi conosciamo bene. Noi che col fumo negli occhi ci viviamo, sempre troppo poco attenti alle cose importanti, sempre distratti. Frenetici e confusi. Facciamo quello che facciamo come se non avessimo scelta, e tutto il resto lo abbiamo dimenticato. 

Addomesticati. Come le api, che affumicate smettono di fare paura.
Musica alternativa che pesca nel mucchio. Gli “Smoke the bees” tirano su 11 tracce dai suoni piu disparati, anche qui raccontando qualcosa. Raccontano della musica che hanno ascoltato. Quella da cui sono stati ispirati, quella in cui si riconoscono. E diventa un gioco anche per te che li ascolti riconoscere ogni volta di quale si tratta. Si sente il folk, la musica rock, riconosci l’atmosfera tipica della musica del Nord Europa. Si passa da suoni decisamentte piu’ contemporanei a quelli della tradizione .Ti sembra di essere nel pieno degli anni ’90, e subito dopo vai indietro o avanti di vent’anni. Si chiamano influenze. Ed e’ bello scovarle senza dovergliele chiedere o doverle leggere in qualche intervista. E non e’ poi una scelta cosi comoda provare a metterle tutte insieme. Scelgono l’inglese per i testi . Il loro suono, italiano, in fondo non lo e’ per niente. Ma l’accento li tradisce di tanto in tanto, e di tanto in tanto ce li rende familiari. Subito dopo l’ascolto di questo disco, vien voglia di ascoltare Tom Waits, di riguardare The Snatch, di mettere in macchina ad alto volume i Clash, di buttarti sopra il letto ad ascoltare gli Sparklehorse.

E se e’ cosi facile capire dove sono passati e cosa hanno ascoltato, piu difficile diventa dedurre da dove vengono e dove esattamente sono diretti. L’ultima cosa e’ una critica vestita da complimento, o viceversa…la voce cambia tanto, si adatta a quello che suona, perdendo un po’ di identita’ e confondendo, ma rimanendo sempre assolutamente interessante. Assurda capacita’, che pero’ nonostante tutto convince lo stesso. Sara’ affumicamento….Il prossimo progetto e’ un concept album che prevede di musicare, tra le altre cose, alcune favole di Esopo. Niente, per quanto mi riguarda, conquistata.

http://www.smokethebees.com/

https://www.facebook.com/smokethebees

https://twitter.com/smokethebees

http://www.youtube.com/user/smokethebees?feature=watch



{maggio 13, 2013}   Esperia – ” Mosè “

A cura di Nana Arima

Come si legge nelle grandi marche commerciali: SINCE 1995, ovvero l’anno in cui il cantante Andrea Rossi ed il batterista Mirko Lucarelli decidono di realizzare il loro sogno rockettaro al fine di regalare al pubblico una piccola isola musicale in cui rifugiarsi, lontano dal grigiore e dalla monotonia quotidiana. A questo progetto si aggiungono infine il chitarrista Andrea Marchetti ed il bassista Francesco Ripanti. Nascono così gli Esperia.

La prima demo autoprodotta (BUSTER) prende forma nel 2004, un album di sei brani in italiano completamente inediti, a cui nel 2010 segue “L’ODORE DI VITA”, altre 11 tracce inedite, per arrivare poi all’ultimo lavoro targato appunto 2013: “MOSE’”. 

La vita degli Esperia però non si ferma in sala prove ma si alterna al palco e dietro la cinepresa, nel 2005 infatti registrano il videoclip del singolo “TUTTO IN UN ATTIMO” girato da un grafico emergente e passato in varie reti come RAI3, MAGIC TV, CINQUESTELLE ed ITALIA1. Dopo un anno esce anche quello di “L’ODORE DI VITA” (anch’esso passato su RAI3), la cui regia stavolta è affidata ad un altro emergente, Andrea Pigrucci. Non mancano partecipazioni come quella alla fase finale di Sanremo Rock 2003, al Roxy Bar di Red Ronnie nel 2004 e 30 Ore per la vita al teatro sperimentale di Pesaro insieme al vincitore di XFACTOR Matteo Beccucci. Senza dimenticare le finali regionali di Rock Targato Italia nel 2002 e quelle dell’Arezzo Wave nel 2006 e tutti i più importanti festival del centro italia. Nel 2010 inoltre raggiungono le finali del contest “Anime di Carta” al Jailbreack di Roma ed il primo posto al programma televisivo “Emergenti” della rete DTV.

Uscito quest’anno, Mosè è un EP di quattro tracce, ascoltabile sia sul loro profilo di Reverbnation ( http://www.reverbnation.com/esperia ) ed acquistabile sul loro sito ufficiale (http://www.esperiaonline.it/ ). 

Io devo confessarlo, ho amato questo Ep fin dal primo ascolto. Sound riconoscibilissimo per l’entrate delle chitarre e l’uso dell’armonica che a mio avviso rende tutto più suggestivo. Ho amato l’energia e la profonda verità di “TUTTO IN UN ATTIMO” che contrasta la delicatezza della versione acustica di “LUCI RIFLESSE” (che io preferisco alla versione rock ma è solo un gusto personale), ma mi sono lasciata trascinare anche dalle canzoni “vecchie” , impossibili da trascurare (sempre ascoltabili su Reverbnation), come ANIMA NUDA, IL RE DEL NULLA, GUARDAMI, NEI TUOI OCCHI ed INCONTRO IL DESTINO DI NUOVO

Rock sanguigno misto che si incrociano a musiche, testi e sentimenti profondi… da ascoltare assolutamente!!! 

https://www.facebook.com/pages/Esperia-pagina-ufficiale/143257815755575



A cura del MEXICANO CATTIVO

I Metamorfosi in Viola sono una band attiva dal 2006 ed è proprio di loro che parlerò con voi, in particolare di una demo arrivata alle mie orecchie non molto tempo fa dal titolo “Kairos“.

Premo play : il primo brano che vado ad ascoltare è una cover della “PFM“, stropiccio gli occhi in ricordo di uno dei gruppi più rappresentativi d’Italia e devo spezzare subito una lancia a favore della band: il brano è reinterpretato, quindi già buono per me, ma deve essere più curato nei dettagli e ovviamente il mio consiglio è che non si faccia l’errore di mettere cover su dischi ufficiali….Pareri personali, s’intende.

Basta parlare di reinterpretazioni…La seconda traccia che vado ad ascoltare con molto piacere è un brano originale dal titolo “American Dreams“, il riff di chitarra c’è tutto e non è poco, la voce, a volte un po’ troppo poco legata, rischia di farti perdere anche se può essere voluto… sta a voi ascoltare il sogno americano, a me non dispiace. 

Vado subito incuriosito alla terza traccia “ Briciole “, ma è una cover di “Noemi“? Spero di no…

Che non conosco per nulla, Noemi di Xfattor ? 

Si ,lo è….Ok, ne prendo atto, e un po’ me ne rammarico, perché non è possibile inserire 2 cover su 4 tracce, ma inizio a stimarvi e vi dico anche il perché…Tutte le band che propongono brani altrui fanno il loro compitino eseguendo una canzone il più uguale possibile, il chè, secondo il mio punto di vista, è deleterio e privo di logica; voi non l’avete fatto e mi basta, anche se ovviamente avrei preferito 4 tracce originali. 

Ma voglio sentire “Fragile“, il quarto e ultimo brano della band romana i “Metamorfosi in Viola”: testo molto intenso, bello l’effetto della chitarra, il mix può andare per una demo, ma la cosa che conta è che ora riesco a sentirvi nell’insieme in maniera compatta per quasi l’intera durata del pezzo, e lo classifico come il più bello tra i 2 originali di “Kairos“.

Chiudo e saluto i Metamorfosi in Viola con una frase : DIMMI LAAAA, VERITAAAAAaaaAAAa. 

Alla prossima ragazzi, non mollate.

http://www.reverbnation.com/metamorfosiinviola2

www.myspace.com/metamorfosiinviolaband



{aprile 9, 2013}   Malatja – “Stracciacore”

A cura di John Tag

I Malatja sono un trio di Salerno con Paolo Sessa alla voce e chitarra , Camillo Mascolo alla batteria e Daniela De Martino al basso.

Io amo definire questo gruppo come una “Rock Band” e non “Punk Band”, come forse si autodefiniscono e, comunque, come spesso vengono definiti in articoli e riviste del settore. A 4 anni dall’album “48”, eccoli nuovamente con il loro ultimo disco“Stracciacore”, uscito con etichetta Diavoletto netlabel e distribuito da Good Fellas. In “Stracciacore”, un album dalle tinte forti, esprimono la loro energia con un Rock aggressivo, potente, incalzante.

Nel loro suono granitico sento, inoltre, lo scorrere di una vitalità espressiva notevole, ispirata all’Acid Rock anni 70, all’Hard anni 80, ma anche al Grunge più violento e meno intimista degli anni 90 e da gruppi come King’s X, Soundgarden, Liquid Jesus, Stone Temple Pilot, e Jane’s Addiction.

Sono chiare anche le sonorità tipiche dello Stoner con basso incisivo, una chitarra distorta ritmica e a tratti cupa e con riff che a volte tendono a diventare plumbei, ma che improvvisamente scorrono veloci e lancinanti, tipicamente Heavy, una batteria sempre in primo piano, con una ritmica che potremmo definire “ariosa” “ben tirata” e dal “passo” incalzante ma non ossessivo. In effetti in Stracciacore non riesco a sentire del Punk, ma avverto una musica complessa e curata. Sicuramente il Punk e nel loro spirito, ma non più nel loro modo di fare musica e sarebbe alquanto riduttivo continuarli a definirli solamente “Punk Band”. Tra i 9 brani che compongono il disco mi sento di segnalare:

Back To Hell (torna all’inferno), dove un Rock aggressivo ben si sposa con la musicalità della lingua partenopea e con un testo assolutamente crudo e reale. Inoltre, a 2,10 minuti dall’inizio del brano possiamo ascoltare un bell’assolo di chitarra di una ventina di secondi che riecheggia il modo di suonare del grande David Gilmour. Dint’ E Man’ in cui è inserito nella parte finale del brano, in un cammeo che impreziosisce non solo il contenuto musicale del disco, il discorso del 1975 sul genocidio culturale del grande e mai dimenticato Pier Paolo Pasolini. Nun Sia Maje Dio, brano potente, tirato, classicamente Hard & Heavy, in cui viene sottolineata la difficoltà di vivere dignitosamente in un mondo corrotto ed omertoso. ‘O Sens’ D’o Pudore, Il sogno di libertà dato da un lunghissimo viaggio verso un mare che non arriva mai. Spin’ ‘E Pesce, La rivoluzione di un popolo stanco ed affamato che insorge e, come una “spina di pesce”, ferisce e soffoca i potenti dall’interno, Il brano è tipicamente Hard e tirato e qui i Malatja si avvalgono della collaborazione dei Low Fi. Sott’ ‘O Balcone, bella, musicale, sognate, in cui piacevolmente possiamo ascoltare le chitarre di Giuseppe Fontanella dei “24 grana”. Belli anche da vedere i loro due Video ‘O Sens’ D’o Pudore e non sia maje Dio.

In conclusione: Long Live Rock and Roll” e questo grazie anche ai Malatja.

http://www.malatja.com/

https://www.facebook.com/pages/Malatja/159929427404074?fref=ts

 



A cura de Il Cala

Ospedale Psichiatrico di Pescara, riunione settimanale degli operatori con il Primario. Sono presenti il Primario Linetto Brillantini e l’Infermiera Agata Rottermaier.

Abbiamo da esaminare il caso di due pazienti, appena arrivati.”

Si calmi signorina, si calmi, cerchi di illustrare il caso, del resto sono o non sono un luminare della psichiatria?”

Certo certo, ma loro sono tipi proprio strani, pensi che non fanno altro che cantare, suonare e cantare. Sono in due, ma anche ogni tanto in tre, non si riesce a capire che diavolo suonino!!!”

Ah, li conosco questi tipi, arrivano fingono di essere strani per evitare il lavoro e la scuola, ma sono solo dei malfattori!!!”

Ecco dottore, ascolti, queste sono alcune delle loro cosiddette canzoni.”[…]

Uhm, il caso non nascondo è complesso, suonano chitarra e batteria, ma non abusano del giro di do, cioè l’attacco su cui si basa il 75% della musica italiana, parlano di cose, persone e fatti strani, hanno un suono difficilmente catalogabile. Certo si sente che sono giovani e dovrebbero limare qualche eccesso e correggere qualche imperfezione, migliorare un po’ la pronuncia. Ma il loro malessere sembra reale, il loro sarcasmo è ben affilato e velenoso, sono da tenere sotto controllo. Gioia, com’è che si fa? Fanno domande impertinenti, si sente che sono persone in ricerca, non vogliamo mica lasciarli liberi di sperimentare? Liberi di maturare? Gente così che si pone domande dirette e che affronta temi delicati sempre da punti di vista particolari e non catalogabili sono soggetti pericolosi. Affrontare la vita così rischia sempre di portare alla creazione di soggetti pensanti e si sa che il pensiero porta alla pazzia, dobbiamo intervenire!!! e poi, come si permettono di parlare addirittura di omosessualità???? ma chi gli ha dato il diritto di esprimersi su temi del genere??? No no, non è possibile lasciarli andare avanti così, rinchiudeteli!!!!”

Ma dottore… i manicomi ormai sono chiusi, rinchiudiamoli DOVE????”

In uno studio di registrazione no? Che gli si metta a disposizione il necessario, sono proprio curioso di sentire un loro album

(scena finale, il dottore si toglie il camice, sotto il quale indossa la maglietta di Freak Antoni e si allontana canticchiando Brain Damage dei Pink Floyd)

https://www.facebook.com/leinfermitamentaliabituali



{marzo 15, 2013}   The Dowsers – The Last Call

the dowsers band

Cosa puoi dire ad un gruppo che non solo si esibisce nel proprio Paese, ma che ha già valicato i confini italici per approdare nei locali londinesi? Di certo nulla di troppo sconveniente, ci si può solo limitare a raccontare. Basta partire dalla cosa più semplice: il nome. The Dowsers sono i rabdomanti, quelli alla continua ricerca dell’acqua, fonte di vita per l’uomo.

di Miss  Angela Mingoni

La ricerca, quindi, diventa fondamentale nello stile di questo gruppo, che negli anni ha subìto una vera evoluzione, cercando di carpire i segreti dell’elettronica per applicarla alla loro musica; il risultato è The Last Call, Ep di sole tre tracce che sintetizza nel migliore dei modi la loro essenza. Ciò che accomuna “What they will say” e “A melodious song” è la sottile somiglianza allo stile Depeche Mode, uno dei maggiori gruppi internazionali, famosissimi e spericolati, persino al giorno d’oggi, con alle spalle una corriera longeva che fonda le sue radici negli anni ’80. La voce è calda e avvolgente, senza sbavature o imperfezioni di pronuncia, particolare essenziale se si sceglie l’inglese come lingua di rappresentanza.

I sintetizzatori la fanno da padrona e “storpiano” le basi fino a farle diventare ballabili e orecchiabili, fino a fartele entrare in testa quasi a forza. “A melodious song”, inoltre, sembra avvicinarsi molto al genere della ballad perché è delicata e tenera ma senza annoiare.Porta con se un carico di dolcezza che ti convince a sorridere qualsiasi sia il momento in cui la ascolti. Ti scalda lo spirito. Ti commuove.Ma il progetto The Dowsers è anche rock e allora ecco le chitarre, potentissime e suonate con grande capacità. Non sovrastano mai il cantato ma danno quella spinta in più che completa in grande stile i tre pezzi.

Ultima canzone, anche se in ordine sarebbe la prima, è “The last call”. Siamo sempre lì, sono bravi, sono ottimi musicisti, si sforzano di essere diversi e ci riescono. Il basso, la voce, la batteria, tutto è perfettamente sincronizzato e unito fino a creare un impasto così piacevole che ascolti il pezzo ripetutamente e non trovi nessun difetto, nessuna sbavatura. Si capisce dalle prime note che i ragazzi milanesi hanno stoffa e di quella pregiata. Sicuramente il merito va ai numerosi live a cui hanno dato vita nell’hinterland nordico e alle performance in terra straniera, che hanno permesso loro di affinare al meglio le loro tecniche e di “rubare” qualche idea, qualche mood agli amici anglosassoni.

L’elettro-rock non è sicuramente un genere di punta qui in Italia, poco se ne parla e ancora meno se ne sente. Il coraggio di un gruppo sta nell’uscire dagli schemi per proporre qualcosa che sia assolutamente nuovo. The Dowsers ci possono riuscire con testardaggine e perseveranza, tanto che “la band ha l’obbiettivo per il prossimo futuro accanto alla continua attività creativa, di raddoppiare gli spettacoli dal vivo in Italia e all’estero e di trovare la strada per portare la propria musica e il proprio messaggio al più largo pubblico possibile”.

Se queste sono le premesse, attendiamo con ansia l’album che premierà, a ragione, i loro sforzi. Angela Mingoni



et cetera
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Ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo provare a descriverlo.

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